Storia della montagna e del mare

2017 // 56 pp.
Progetto grafico, ritratti a matita e impaginazione: Elisa Geremia
Stampa: Grafiche Fantinato (Romano D’Ezzelino)

Questo primo fiore di parole è nato come regalo per le nozze di due cari amici, Federica e Paolo. Una coppia senza paure che, nel trambusto dei preparativi del matrimonio, fra lavori, tesi di laurea e trasloco, ha trovato il tempo di fermarsi per raccontarmi la nascita del loro amore. Son convinta che questo libro diventerà occasione per prendersi ancora altre pause: leggere e ripensare alla propria storia è come fare il pieno di energia, per poi proseguire con sempre maggiore consapevolezza.

Estratti

Dolomie, marmi bianchi e rossi, calcari. Rocce sedimentarie originate dal lavorio di un tempo così lungo da essere per noi inconcepibile. Sedimenti trasportati dalle acque di torrenti primordiali, spinti da immensi ghiacciai, trasportati dai venti e poi schiacciati sotto il peso di altri sedimenti sopraggiunti da luoghi lontani e sempre diversi. Un miracolo di perseveranza e sovrapposizioni e movimenti d’acqua che porta e poi se ne va, spinta fuori dal peso dell’accumulo che cresce fino a diventare collina e poi montagna. Fino a diventare Massiccio del Grappa. Era proprio su questo immenso accumulo di millenni che si era seduto Paolo. Non riusciva più a proseguire, la vicinanza di lei lo stava scombussolando a tal punto che l’equilibrio era scivolato via, spinto da un’acqua invisibile, sferzato da onde di una potenza continua, martellante. Aveva ora un urgente bisogno di roccia, di fermezza e stabilità: era questo che stava chiedendo alla montagna.
Attorno a lui il buio della notte e un silenzio morbido, ricoperto di neve fresca.
La compagnia di amici era già lontana con il suo brusio di chiacchiere e risate mescolato alla fatica della salita. Lei però era ancora lì. Federica (dal capitolo “La notte e la neve”).

Federica ama il mare. E ama Paolo che di un mare antico porta con sé le tracce: piccoli fossili di conchiglie e animali marini. È per questo che l’ha riconosciuto, anche se l’ha trovato sulla cima di una montagna. E ora gli sta mostrando il suo mondo fluido e istintivo, fatto non di direzioni e decisioni razionali, ma di scelte fiutate e vortici di materia in continuo mutamento. Gli si avvicina e lo spruzza, lo prende per mano, gli salta addosso. È freddo il suo corpo e Paolo è obbligato a entrare completamente in acqua per non sentire più quella sensazione pungente. La abbraccia e trova tra i suoi ricci un po’ di sabbia, granelli di quella terra su cui lui ama piantare solidamente i piedi. Si baciano e sono acqua e sabbia, mare e montagna: tutto quello che serve per vivere (dal capitolo “La luce e il mare”).

Dicono di me

La proposta di scrivere un libro su di noi è stata una sorpresa inaspettata che ci ha incuriositi fin da subito. Ogni passaggio condiviso verso il risultato finale è stato piacevole ed arricchente. Elisa ha saputo dialogare con noi con delicatezza e tenerezza, ci ha ascoltati per poi rileggere, o meglio riscrivere, la nostra storia dal suo punto di vista. Non ha cambiato niente del paesaggio, ma l'ha descritto da un'angolazione che noi dall'interno non avremmo mai colto. Per questo ricevere e sfogliare il libro, con le chicche che Elisa ha aggiunto, è stato ed è emozionante. Un regalo unico e prezioso. Grazie!
— Federica e Paolo

Zero Pieno

2017 // inedito
Progetto grafico, ritratti a matita e impaginazione: Elisa Geremia
Stampa: Grafiche Fantinato (Romano D’Ezzelino)

Il concorso letterario TerraLiquida. Racconti dell’Alt(R)o Vicentino è stato l’occasione per scrivere della mia vita quotidiana nella corte di campagna in cui sono nata e della mia vita da mamma. Scombinando le coordinate temporali, ho potuto avvicinare e mescolare eventi altrimenti lontani, ma che avevano molti significati in comune. Scrivere questo racconto breve è stato un divertimento e una fonte di stupore. Non si parla in senso stretto di nascita, ma lo propongo lo stesso come esempio di cambiamento e vita nuova.

Estratti

L’inizio di questa storia coincide con la fine di un’altra storia. Io avevo trent’anni, lei novanta: cifre tonde. Due belle età per ricominciare da zero. Io alle prese con le istruzioni su come aprire e chiudere il passeggino, lei intimidita dalle quattro ruote del suo nuovo carrello deambulatore. A dir la verità non si trattava di un vero e proprio inizio, ma di uno zero pieno, un nocciolo di potenze inespresse che il cambiamento climatico avrebbe aiutato a scongelare e a fiorire. Soprattutto in quell’estate così umida e calda.
– Dove vèto in volta co’ ‘sto caldo?
Mia nonna non concepiva le mie passeggiate pomeridiane col bisnipote. Per lei un bambino così piccolo doveva stare in casa al fresco, possibilmente stretto da una fascia, e con la mamma impegnata a cantare ninne nanne mentre prepara la conserva di pomodori. Io, invece, non sopportavo il buio della casa e le mura silenziose. Imprecavo contro la solitudine del cittadino globale e nel frattempo organizzavo fughe con le amiche: un prato vicino al fiume, le cascate di un torrente, il portico di una vecchia casa si trasformavano immediatamente in luoghi esotici e qualche ora all’aperto, all’ombra di un bosco e in buona compagnia aveva su di noi lo stesso effetto di un viaggio. Le cascate a cinque chilometri da casa erano le mie preferite: mi sedevo su un sasso ad allattare mio figlio, con i piedi immersi nell’acqua fredda, e la giornata diventava improvvisamente bella. Nessuna parete, nessuna porta chiusa, solo ombre disegnate dalla luce di luglio. E molto fresco.
– Come sta tua nonna?
– Il dolore alla gamba la sta scolpendo – risposi – le toglie pezzi giorno dopo giorno: pezzi di pancia, di gambe, di braccia, di guance. Quando le faccio la doccia si formano sempre dei laghetti tra le ossa delle clavicole e il collo: riesco ad immergerci mezzo dito. Nonostante tutto, ride di gusto più di tutte noi messe assieme. Quando vede il piccolo perde la testa e lui risponde con una dose grande così di sorrisi, nemmeno con me è così immediato e generoso.

Io, invece, stavo vivendo il primo incontro con il mio, di figlio: rivedevo vecchie regole, alcune addirittura le distruggevo, e poi sperimentavo equilibri inediti e delicatissimi per permettere alla mia nuova famiglia di assumere una forma che non la tradisse, che le assomigliasse. Ogni giorno creavo, inventavo, costruivo; facevo, disfacevo e rifacevo. Il laboratorio era stato aperto già quando il piccolo era un minuscolo embrione dentro il mio utero. Protetto dal buio e alimentato dalla placenta, lui aspettava di venire sulla terra e imparava il movimento e i sensi all’interno del suo mondo liquido compiendo quel viaggio fluttuante e meraviglioso che dal desiderio l’avrebbe portato alla realtà, dalla non-presenza alla concretezza della materia.
Il suo lavoro era sempre accompagnato al mio e ci prendevamo cura l’uno dell’altra. Eravamo vicini. Era bello. Ero in un perenne stato di commozione […]

Galvan. Gli alberi

2016 // 134 pp.
Progetto grafico, illustrazione di copertina e impaginazione: Francesca Tosin/Fraintesa
Stampa: Grafiche Fantinato (Romano D’Ezzelino)

E. è stata mia compagna di studi ai tempi del liceo. Quando mi contattò, suo padre era mancato da poco e il suo bisogno primario era quello di ritrovare le proprie radici perché non sopportava più quel vuoto che si sentiva sotto i piedi. È nata così la proposta di raccogliere in un libro i ricordi della sua famiglia. L’intraprendenza di E., fortemente motivata, e l’aiuto costante di sua zia, appassionata di ricerca archivistica, si unirono perfettamente al mio entusiasmo e alla mia voglia di dare voce ai ricordi di tre generazioni. Un lavoro intenso, minuzioso, attento, preciso e ricco di calore umano. L’esperienza che ha dato il via al progetto giardini di parole. Grazie famiglia Galvan!

Estratti

Così come un albero vero e proprio, anche l’albero genealogico vuole crescere, nutrendosi dell’alternarsi continuo dei giorni e delle notti e dello scorrere delle stagioni: con il passare del tempo i rami si biforcano, spuntano nuove foglie; le famiglie si trasformano, si allargano e fioriscono in nuove composizioni legate tutte dalla stessa linfa vitale. Se si guarda la struttura del tronco, delle radici e delle ramificazioni si intuisce come tutto sia collegato e interconnesso, ogni ramo contiene in sé la spinta dettata da un altro ramo, ogni foglia vibra e si muove seguendo lo stesso istinto delle altre foglie.
(dal capitolo “Galvan. Un organismo, un albero, una famiglia”)

In questa immagine di famiglia restano fuori i parenti delle madri; le persone importanti che hanno segnato la nostra crescita a volte più dei genitori; gli amici con cui condividevamo tutto come con i fratelli; i maestri e i professori che nel bene o nel male ci hanno “educati”; il vicino di casa che ogni giorno veniva a chiedere aiuto o consiglio; quella persona che ci ha donato un organo o il cui sangue è servito per la trasfusione; i figli non nati, e molti altri ancora.
Dove inizia una famiglia? E dove finisce? Quali sono i confini del gruppo famigliare?
(dal capitolo “Un ininterrotto sovrapporsi di fibre”)

Dicono di me

Elisa carissima, come scrittrice sei entrata nella vita della nostra famiglia con grande rispetto, curiosa ma mai invadente, sempre in punta di piedi. Ci hai fatto sentire tutti partecipi, quasi coautori assieme a te. Alla fine di questa bellissima avventura un altro regalo: l’amicizia vera, sincera, con te.
— M. T. Galvan

San Vito.
Il cantiere di una comunità


Capitolo all’interno della pubblicazione San Vito di Marostica e la sua storia di Lidia Toniolo Serafini.
2010 // 302 pp.
Progetto grafico e stampa: Grafiche Leoni (Fara Vicentino)

Un giorno mio padre mi disse che una storica voleva scrivere un libro sul nostro quartiere. L’idea di un libro fatto solo di storia e arte non mi convinceva e così mi intrufolai subito alla prima riunione del Comitato di Quartiere per scoprire con gioia che la storica era la mia mitica maestra di scuola elementare. Lei accolse subito la mia proposta di collaborazione: avrei intervistato gli abitanti della zona per aggiungere alla sua ricerca anche le voci dei protagonisti della storia recente e il loro legame con quella terra.
26 interviste fatte a 39 persone, centinaia di foto scansionate, documenti e articoli di giornale: questo tutto quello che ho messo in circolo in mesi di lavoro che mi hanno dato la possibilità di ritrovare i miei vicini di casa dopo l’assenza degli anni universitari. All’interno del volume uno spazio tutto per me, dal quale potete leggere i brani che ho scelto per voi.

Estratti

El primo, so partìo mi. Maria Vergine! Ghe jèra de chéi erbassi là rènto! Daea strada là che te vedi, vèro, oh! Piante intortosàe, po’ mainàrte! Ah beh! Porca de chéa miseria! Beh, insoma... forsa de dai ghe so rivà insìma, proprio podà aea césa, tra erbasse, raìse, cassie grande cosìta!
Comincia così il racconto di Sebastiano Santini, per tutti “Neo Masiera”, uno dei più assidui lavoratori locali che presero parte al restauro. Erano i primi giorni di aprile quando le sue mani iniziarono a ripulire il rudere assieme a quelle di Giovanni “Joanìn” Rossi e Giuseppe “Bepi” Cadore; ma i lavori di restauro veri e propri partirono sabato 20 aprile1985 e continuarono fino al 1987 riempiendo non solo le ore libere, i fine settimana e le ferie di molte persone, ma anche le pagine di un quaderno diventato diario di bordo di una ciurma di manovali, muratori, cuoche e contadini capitanati dalle linee progettuali dell’Architetto Giovanni Pizzato e da quelle religiose di Don Domenico Zordan.
(dal capitolo “Mani e mattoni che costruiscono una comunità”)

La comunità di San Vito è simile alle forme di umanità studiate da Remotti e dai suoi colleghi: è un “edificio”, con le sue geometrie ed i suoi equilibri, restaurato con la fatica di tutti a metà degli anni Ottanta, ma allo stesso tempo continua ad essere un “cantiere”, uno spazio sempre aperto nel quale la progettazione, la discussione e la costruzione non trovano mai una fine definitiva. La comunità di San Vito, come i campi che la circondano, è terreno fertile per la nascita e lo sviluppo di forme alternative di vita quotidiana, di nuovi modi di abitare la campagna veneta e di considerare le relazioni sociali tra vicini.
(dal capitolo “Conclusioni aperte”)

Ulitsa Sadovaja.
Voci dalla Russia contaminata

con Veronica Franzon

2009 // 144 pp.
Carlo Spera Editore (Lanciano)

Ricerca etnografica realizzata per l’organizzazione di volontariato Mondo in Cammino (TO) col quale ero venuta in contatto durante i lavori per la tesi di laurea specialistica e che ha sostenuto la mia permanenza in una città russa ai confini con l’Ucraina e la Bielorussia. Ulitsa Sadovaja significa “Via dei Giardini” ed è dove si trovava l’appartamento nel quale abbiamo abitato io e Veronica durante il mese di ricerca sul campo. Novozybkov potrebbe essere una cittadina qualsiasi della provincia russa: condomini sgretolati, strade impolverate e il costante riflesso del regime sovietico. In realtà, sotto i suoi innumerevoli strati di vernice e carta da parati, si nascondono gli isotopi radioattivi giunti fin lì in seguito al disastro nucleare di Cernobyl del 1986. Come mai i 40mila abitanti della città non sono stati evacuati? Cosa significa fare i conti giorno dopo giorno con la radioattività? In che modo la contaminazione si è intrecciata alla cultura e alle abitudini della gente di Novozybkov?

Estratti

Quando si misura Novozybkov con il metro del proprio passo ci si stupisce di come le donne non riescano a fare a meno di indossare quei vertiginosi tacchi, di come le auto possano correre così veloci tra buche profonde anche mezzo metro e di come alcuni edifici apparentemente vuoti e abbandonati siano invece sede di attività produttive. Alberi su alberi, case su case, carta da parati su carta da parati e vernice su vernice: Novozybkov è una città a strati, il nuovo copre il vecchio. Ma le pulsazioni di quest’ultimo, il suo odore e la sua forma restano evidenti nei cellulari all’ultima moda con l’inno russo per suoneria, nelle tv satellitari incorniciate da librerie ingiallite dal tempo e dalle innumerevoli letture, nelle mercanzie ammucchiate dei nuovi centri commerciali.
Bisogna imparare a rimuovere ogni singolo strato per andare in profondità, per capire come mai c’è e in che modo si intreccia con gli altri strati, per capire come mai nessuno ha tolto quelli vecchi ma continuato ad aggiungerne di nuovi. Aggiungere in continuazione e con fedele dedizione: perché? Quale il segreto di tanta maniacale ridondanza? Forse perché si credeva, e si crede, che seppellire sia l’azione più utile per saltare a piè pari dal fallimento di un mitico passato al libero mercato di un futuro occidentale; o forse perché si è convinti che sia l’unico modo per vivere con la radioattività.
(dal capitolo “Arrivo in città”)

Di fronte ad una cittadina di 42 mila abitanti che si è ritrovata a trascorrere la propria quotidianità a contatto con gli isotopi radioattivi, immaginare un cambiamento significa già accettarlo e la scelta di lavarsi le mani prima di mangiare o di far bollire il latte per eliminare la radioattività assieme alla panna è già segno di un mutamento sociale profondo, perché va a toccare i gesti quotidiani delle persone, e semplice, perché non richiede grandi investimenti e programmi statali, ma solo un senso di rispetto e cura verso se stessi e verso le generazioni future […] Quando a Novozybkov la collettività costruisce e accetta un mutamento sociale, cioè nuove e libere strategie di sopravvivenza, gli innumerevoli strati di vernice e di carta da parati che coprono la realtà per cercare di nasconderla o di attutirne il rumore iniziano a sfogliarsi e si riscopre il punto di partenza, per conoscerlo per la prima volta.
(dal capitolo “Il futuro oltre la nebbia”)

Credits

Loghi by: Martin Verdross
Illustrazioni by: Sara Marcon
Website by: Daniele Dalla Bona